La Principessa Charlène racconta il ruolo dello sport nella sua vita
In una lunga intervista realizzata a Parigi, la Principessa Charlène ha ripercorso la sua esperienza da atleta di alto livello e ha svelato il dietro le quinte di una vita plasmata dallo sport.
È all’Ellis Park di Johannesburg, insieme a suo padre, che la Principessa Charlène è cresciuta al ritmo degli Springboks. In un’intervista pubblicata domenica 15 marzo da L’Équipe, confida che il rugby è molto più di uno sport per lei: “In Sudafrica, dove sono cresciuta, questo sport è una religione nel senso che unisce le persone”.

La Coppa del mondo del 1995, vinta dagli Springboks sotto lo sguardo di Nelson Mandela, resta per lei un momento fondante: “La vittoria del 1995 ha compiuto un miracolo”. Una convinzione che l’ha portata, venerdì sera a Parigi, a partecipare al gala di solidarietà di Provale, il sindacato dei giocatori professionisti di rugby, di cui sostiene attivamente la causa: “Il post-carriera è un periodo difficile per molti giocatori che faticano a reinserirsi nel mondo del lavoro. Questa associazione svolge un lavoro straordinario per accompagnare i giocatori dopo la carriera”.
Diventare atleta olimpica
Prima di diventare Principessa di Monaco, Charlène Wittstock era una nuotatrice di alto livello, specializzata nel dorso. Descrive con precisione una quotidianità implacabile che è stata sua per tanto tempo: “Ci alzavamo alle quattro. Già dalle cinque del mattino ero in acqua”. Spostamenti, allenamenti due volte al giorno, compiti la sera, una routine ripetuta sei giorni su sette, fino alle porte dei Giochi Olimpici di Sydney nel 2000. Ma è anche una ferita profonda quella che evoca: la mancata qualificazione per Atene nel 2004, dopo un cambiamento dei criteri deciso dalla federazione sudafricana. “Quattro anni di lavoro svaniti, quando doveva essere l’apice della mia carriera”, racconta, aggiungendo con pudore: “Il sole continua a splendere, ma la ferita resta”.

Madrina di un progetto educativo
Madrina del torneo di rugby a 7 di Sainte-Dévote, la Principessa Charlène accoglierà il 20 e 21 marzo allo stadio Louis-II squadre provenienti da una ventina di Paesi, tutte composte da bambini sotto i 12 anni. “È prima di tutto un progetto educativo”, sottolinea.

Apprendimento del nuoto, tecniche di primo soccorso, scoperta del viaggio per alcuni bambini dei Cape Flats in Sudafrica: l’evento va ben oltre l’ambito sportivo. “Il rugby funge da leva per trasmettere competenze essenziali. Fin dal loro arrivo, i bambini passano dalla piscina: se non sanno nuotare, offriamo loro lezioni. I partecipanti provengono da contesti molto diversi”. Per concludere, la Principessa Charlène afferma che lo sport, secondo lei, non dovrebbe mai perdere la sua anima: “Sono convinta che lo sport non dovrebbe mai perdere la dimensione del piacere e della gioia”.









