Monaco Tribune ha fatto due chiacchiere con Olivier Brunel, sui cavallucci marini, la biodiversità e i gesti che facciamo ogni giorno.

Il 16 giugno scorso, il Principe Alberto II, a bordo di un gommone, ha passato ad alcuni sub dei barattoli. In questi contenitori di vetro si trovavano dei cavallucci marini, una specie minacciata e caratteristica della regione. “Una doppia ragione per studiarci su”, afferma Olivier Brunel, direttore dell’acquario del Museo Oceanografico di Monaco.

Questa azione simbolica del Principe mostra il suo interesse nella salvaguardia della fauna marina. La liberazione in mare dei piccoli di cavalluccio marino fa parte di un progetto lanciato dalla Fondazione Principe Alberto II di Monaco, in collaborazione con il Museo oceanografico e l’ufficio tecnico Biotope.

La fine di una fase di un lungo progetto

Dopo un anno di studi e 160 ore di immersioni, gli specialisti hanno trovato tre cavallucci marini nelle acque di Monaco. Ne hanno, quindi, fatti riprodurre due, dando vita a 7 cavallucci. “L’idea era di studiare una serie di procedure nel caso in cui la salute delle popolazioni di cavallucci marini si deteriorasse”. Meglio prevenire che curare? “Esatto!”

Ora è la volta della lunga fase di osservazione, che durerà cinque anni: un impegno per Monaco che si sposa bene con l’ideale del progetto. Due siti in particolare sono tenuti sotto osservazione, uno per i maschi e uno per le femmine. “Visto che sono fratelli e sorelle, abbiamo liberato i maschi da una parte e le femmine dall’altra, per evitare problemi di consanguineità”, precisa Olivier Brunel.

Olivier Brunel che trasporta i cavallucci marini per liberarli in mare. © F. Fitte – Istituto oceanografico

Un lungo progetto di una lunga serie

Oltre ai cavallucci marini, il centro di cura del Museo oceanografico (diretto da Oliver Brunel) sta lavorando sulla reintroduzione delle nacchere nel Mediterraneo.

Negli ultimi anni, queste conchiglie rossastre sono state decimate da un parassita e non ne resta neanche una nelle acque di Monaco. “Per il momento siamo nella fase di osservazione, se troviamo delle nacchere cerchiamo di capire se sono affette dal parassita, e poi proveremo a farle riprodurre e a rimetterle in mare”.

Uno studio coinvolgente

Nei loro progetti, il Museo conta sull’aiuto della popolazione: se sub, diportisti e pescatori individuano una nacchera, una tartaruga marina, una balena, un delfino o altro, inviano le foto e le coordinate GPS. Un sistema ben collaudato che consente di raccogliere dati preziosi, soprattutto attraverso l’applicazione OBSenMER.

Ma la collaborazione non finisce qui. Per quanto riguarda i cavallucci marini, le 160 ore di immersioni per riconoscere la specie sono state effettuate dal club di Fontvieille, che ha permesso ai sub amatoriali di impegnarsi attivamente per la salvaguardia del mare.

Immersione per osservare i cavallucci marini © M. Dagnino – Istituto oceanografico

Come possiamo contribuire?

Tutti noi abbiamo un ruolo cruciale nella conservazione delle specie marine, attraverso i nostri gesti quotidiani, come ci spiega Olivier Brunel. “Evitare tutta la plastica monouso: sacchetti, piatti, posate, bicchieri. Tutte queste cose finiscono nel mare. Dobbiamo pensare anche alle vacanze, riflettere su dove andiamo, per evitare di prendere l’aereo tutti i fine settimana”.

Quindi la sopravvivenza di questi piccoli cavallucci marini dipende da ognuno di noi? “Tutte queste piccole cose hanno un impatto sulla qualità dell’ambiente marino, è tutto collegato”. Per dare attivamente il nostro contributo, possiamo anche ripulire le spiagge o raccogliere mozziconi di sigaretta con la Croce Rossa.

Educare i bambini è anche una parte fondamentale del processo. Padre di tre figli, il direttore ci dà anche qualche consiglio paterno: è necessario “trasmettergli il desiderio di amare la natura, di vivere le cose belle, portarli in montagna per ammirare un bel tramonto, delle marmotte, o portarli sott’acqua”.

Dobbiamo stimolare la curiosità dei più piccoli. “È necessario che si facciano un’idea di ciò che c’è intorno a loro, più conoscono [la natura], più avranno voglia di proteggerla”.

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