A marzo 2020, la pandemia di Covid-19 ha colpito Monaco e dintorni, portando a un lockdown generale di diverse settimane. Da quel momento, la conseguente crisi sanitaria ed economica ha cambiato la vita di molti abitanti della regione, che hanno dovuto affrontare la perdita del lavoro, cambiamenti di professione, problemi di salute o difficoltà di coppia. Cinque abitanti della Costa Azzurra hanno voluto raccontarci la loro storia, le loro difficoltà, alcuni dei loro successi e il nuovo sguardo con cui affrontano la quotidianità.

“A volte ho paura di ricevere le bollette”, ammette un cittadino di Monaco, disoccupato dall’inizio della crisi sanitaria di Covid-19 che, attualmente, ha difficoltà ad arrivare alla fine del mese.

“Faccio la spesa molto meno frequentemente rispetto a prima e mangio spesso dai miei genitori”, confida il quarantenne che lavorava nell’ambito del turismo prima della pandemia, settore severamente colpito dalla crisi economica. Nel 2020, il numero di dipendenti del settore privato a Monaco è crollato del 3,9% rispetto all’anno precedente, secondo l’IMSEE.

A Monaco, accettare un lavoro retribuito 1400 euro netti al mese è una scelta impraticabile per chi è single: il costo della vita e gli affitti sono troppo alti.

Un abitante di Monaco, attualmente alla ricerca di un impiego
Il Port Hercule, a Monaco /© Alizée Mosconi

“Per ora sono sopravvissuto grazie agli aiuti dello Stato monegasco, ma ormai si avvicina la fine del mio sussidio di disoccupazione” spiega con molta preoccupazione. “Restare senza lavoro per così tanto tempo è stata una noia immensa, senza contare il fatto che si è aggiunto l’isolamento dovuto alla crisi sanitaria”, ricorda, “sono riuscito a resistere solo per non pesare sui miei cari”.

Sperando di arrivare alla fine del mese

Alla difficoltà di trovare un lavoro, si aggiunge il problema degli stipendi: “a Monaco, accettare un lavoro retribuito 1400 euro netti al mese è una scelta impraticabile per chi è single: il costo della vita e gli affitti sono troppo alti”.

“Sono orgoglioso del Paese in cui sono nato, ma tengo i piedi per terra: non comincerò a vendere tutte le mie cose per potermi permettere qualche mese di affitto qui” ammette. “Se prima di questa crisi sanitaria mondiale avevamo dei progetti, penso che la maggior parte di essi siano stati rimessi in discussione”.

“Continuo a sperare, a fare del mio meglio e ad adattarmi a tutti questi cambiamenti” continua, “si possono trovare i lati positivi nei momenti difficili ed è probabilmente la soluzione migliore per affrontarli.”

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Separarsi in pieno lockdown

I periodi di quarantena hanno talvolta sottoposto le coppie a una dura prova, quella dell’intimità forzata. L’estate scorsa, in Belgio si è assistito a un netto aumento dei divorzi del 19,3% a giugno 2020 rispetto all’anno precedente, così come in Spagna, dove il numero di divorzi e separazioni è cresciuto del 17% nel terzo trimestre del 2020, rispetto allo stesso periodo del 2019. Eppure, secondo l’IMSEE, il numero di divorzi a Monaco è leggermente diminuito nel 2020, ossia 63 divorzi rispetto ai 70 del 2019.

Uno dormiva sul divano, l’altro nella camera matrimoniale: questa situazione disturbava l’atmosfera familiare.

Priscilla, 32 anni, ha trascorso il lockdown con il suo ex-marito mentre stavano per divorziare.

“Il lockdown non ha avvicinato le coppie!” dichiara Priscilla, 32 anni, che ha vissuto questo periodo nello stesso appartamento con il suo ex-marito, a Monaco, mentre stavano per divorziare. “Uno dormiva sul divano, l’altro nella camera matrimoniale: questa situazione disturbava l’atmosfera familiare” ricorda. “Un periodo complicato: tra i miei conoscenti, diverse altre coppie si sono separate dopo aver passato insieme il periodo di quarantena.”

Una coppia di statue nei Giardini Saint-Martin, a Monaco / © Alizée Mosconi

“Eppure, all’inizio, pensavo che il lockdown mi avrebbe permesso di riavvicinarci, di consolidare la nostra coppia, ma questo non è avvenuto e ho avuto l’impressione di aver perso tempo”, confessa la monegasca, “in quel momento, l’iter amministrativo delle cause di divorzio era nettamente rallentato e i documenti che avrei potuto preparare prima della crisi sanitaria li ho completati solo qualche mese dopo”.

“Tuttavia, penso che le tempistiche degli eventi abbiano aiutato i miei figli ad accettare il nostro divorzio: hanno avuto più tempo per metabolizzare la notizia” osserva.

“Insonnia, orologio biologico totalmente sballato malgrado le attività accessibili sui social network”, il lockdown ha segnato la trentenne che vive ancora nel timore di sperimentarne un secondo, “con questa sensazione di camminare un po’ sulle uova”.

In isolamento all’ospedale

A gennaio scorso, Priscilla che soffre della sindrome di Marfan, si è recata in ospedale per una visita annuale e si è scoperto che la sua dilatazione dell’aorta era peggiorata nonostante la terapia. È stato quindi necessario operarla d’urgenza: “rischiavo di morire”.

Qualche giorno prima dell’operazione programmata, Priscilla è stata costretta a chiamare i soccorsi: “il battito continuava a diminuire, in modo preoccupante”. “Ho salutato mia figlia di sei anni, su una barella, e l’ho rivista solo tre mesi dopo” ricorda Priscilla. “Ho avuto la sensazione di essere portata via dai miei figli, anche se per il mio bene”.

Grazie al personale medico, ho avuto l’opportunità di organizzare qualche incontro con i miei figli, inizialmente della durata di qualche minuto e poi di un’ora la seconda volta.

Priscilla, che soffre della sindrome di Marfan, è stata operata d’urgenza all’inizio dell’anno.

Priscilla è stata quindi operata a cuore aperto. “A causa delle restrizioni sanitarie, ho vissuto i giorni seguenti in isolamento all’ospedale” ricorda. “Grazie al personale medico, ho avuto l’opportunità di organizzare qualche incontro con i miei figli, inizialmente della durata di qualche minuto e poi di un’ora la seconda volta.” In tre mesi di ricovero, Priscilla ha visto una sola volta suo figlio di dodici anni che soffre anche lui della sindrome di Marfan. “Il resto del tempo ci sentiamo su FaceTime”.

“A scuola, i suoi voti sono peggiorati in questo periodo”, ricorda questa mamma molto vicina ai suoi figli. “Questa situazione l’ha portato a ripiegarsi su sé stesso, considerando che era già introverso di natura”.

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Ristabilire le priorità

“In momenti come questi, accusiamo il colpo e diventiamo quasi depressi: ogni giorno, passavo dalle risate alle lacrime e di fronte ai miei figli facevo credere che andasse tutto bene” confessa, “mia figlia ha vissuto questa situazione molto male”.

“Oggi la proteggo molto di più”, afferma Priscilla che è anche attenta a dare a sua figlia più libertà di scelta. E ammette: “Se prima della pandemia volevo che fosse sempre impeccabile, ormai la lascio anche uscire vestita con le ali da farfalla se vuole: non attribuisco più importanza alle situazioni banali della vita quotidiana, né allo sguardo della gente”.

Priscilla riconosce che le difficoltà attraversate durante la pandemia le hanno cambiato la vita: “prendo le cose meno sul serio e ho imparato a riconoscere le mie priorità, i miei obiettivi di vita.”

Del tempo per sé

“Con l’arrivo della pandemia, tutte le mie trasferte di lavoro sono state annullate” ricorda Hélène, 43 anni, commerciale. Questa nizzarda, abituata ad attraversare la Francia in lungo e in largo e a effettuare numerosi viaggi all’estero, ha cominciato a lavorare da casa. “Una parentesi che ha portato molti risultati positivi: erano quindici anni che non mi prendevo una pausa” ammette, senza nascondere però: “sono contenta di aver ripreso il ritmo di prima, da qualche settimana!”

Il lockdown mi ha permesso di mettermi in discussione e di cambiare lavoro.

Florian, 22 anni, istruttore cinofilo nelle Alpi Marittime

“Mi sono dedicata alla pasticceria” racconta divertita Hélène, che ha approfittato del rallentamento dell’economia per “preparare meringhe per la prima volta”. “Ho trascorso più tempo con i miei figli, facevo la spesa nei negozi di quartiere dove non avevo mai il tempo di andare prima”.

Qual è la nuova abitudine da conservare? “Quella di non dover più salutare tutti con un bacio sulla guancia, soprattutto i miei clienti! Penso sia una misura igienica da mantenere.”

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“Il lockdown mi ha permesso di mettermi in discussione e di cambiare lavoro” constata Florian 22 anni, abitante della regione delle Alpi Marittime. All’inizio della crisi sanitaria aveva ancora un impiego presso un negozio di abbigliamento del centro di Nizza, dove “c’era un ambiente pesante”. “I manager ci controllavano costantemente e mi sembrava di lavorare in una catena di montaggio, tra piegare i vestiti e il lavoro in cassa.”

Durante il primo lockdown nelle Alpi Marittime, il negozio dove lavorava chiude temporaneamente come molti altri esercizi commerciali. “Ero finalmente in vacanza, per recuperare le ferie che non avevo potuto prendere da un anno”. Navigando sui social network, finisce a guardare video sugli istruttori cinofili. La svolta.

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Fondare la propria azienda

Florian smette quindi di lavorare come commesso a partire da giugno 2020, per formarsi come istruttore cinofilo la stessa estate. Portare a spasso i cani, addestrarli, insegnare loro la pulizia: questo universo affascina rapidamente il giovane, che alla fine fonda la propria azienda, Cani Corp, lo scorso febbraio.

La crisi sanitaria ed economica ha anche sconvolto i miei progetti professionali.

Manila, 20 anni, ex studentessa all’Università Internazionale di Monaco

“Oggi sperimento costantemente momenti di gioia!” racconta Florian molto sollevato. “Questa professione mi permette di prendere le distanze dagli aspetti più materialistici della nostra società e mi sento molto più libero lavorando a contatto con i cani” osserva l’istruttore cinofilo.

“La crisi sanitaria ed economica ha anche sconvolto i miei progetti professionali”, afferma Manila, 20 anni, laureata all’Università Internazionale di Monaco (IUM). Doveva effettuare uno stage di finanza a Hong Kong nel 2020, ma è arrivata la pandemia di Covid-19 che ha fatto sfumare questa opportunità all’estero tanto attesa.

Ripensare la propria carriera professionale

“E pensare che mi ero preparata molto per questa esperienza: studiavo cinese quasi cinque ore al giorno, avevo fatto uno stage a Shanghai qualche tempo prima per adattarmi allo stile di vita asiatico”, ricorda la giovane italiana attirata dal mondo delle nuove tecnologie e dal ritmo dinamico della vita hongkonghese. “Speravo anche che questo stage potesse sfociare su un’assunzione”.

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“Quando ho saputo che non sarei potuta partire, mi sono depressa: tutti i miei sforzi sembravano una perdita di tempo” confessa. Manila ha quindi approfittato della situazione per lanciare una start-up specializzata nel settore della realtà virtuale con uno studente della sua università: DWorld. “È stata una fortuna” dice finalmente con il sorriso, “altrimenti non avrei mai avuto il tempo di dedicarmi a un progetto del genere”.

La crisi sanitaria e il lockdown hanno tuttavia rallentato le pratiche legate all’ottenimento del suo permesso di soggiorno e alla creazione dell’azienda a Monaco. “Ho passato quasi nove mesi a non fare niente”, si rammarica.

“Almeno la pandemia avrà permesso di rafforzare il ruolo della realtà virtuale nella quotidianità e questo è un vantaggio per la mia start-up” conclude Manila.

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