Durante tutto l’anno, la vita delle specie animali del Mediterraneo è minacciata dal rumore. Un inquinamento acustico i cui sintomi vengono da tempo ignorati. Diversi professionisti, con il sostegno della Fondazione Principe Alberto II di Monaco, sono impegnati nel regolare il volume delle attività umane.

La lista è lunga, si tratta di ricercatori in bioacustica, ingegneri, informatici, esploratori, responsabili di ONG, esperti, militari e non solo. Armati di idrofoni, questi professionisti si immergono nelle profondità marine per ascoltare il suono delle specie che le popolano. Una volta tornati in superficie hanno un obiettivo preciso, quello di sensibilizzare la popolazione sull’impatto del rumore nel profondo blu, che può persino provocare la morte dei cetacei. “Gli animali vengono colti di sorpresa da questo tipo di aggressione sonora e cercano di fuggire in tutti modi finendo per morire a causa di problemi di decompressione”, spiega Maÿlis Salivasr, responsabile del programma ACCOBAMS.

Una raccolta di suoni provenienti dal cuore del Mediterraneo

Ogni attività umana ha un diverso impatto sonoro, a seconda della potenza, della frequenza e della zona. Per fare il punto della situazione, due droni marini di 17 e 22 metri, progettati dall’azienda Sea Proven, hanno percorso per sei mesi la porzione di Mediterraneo francese. La missione oceanografica, chiamata Sphyrna Odyssey e finanziata dalla Fondazione Principe Alberto II di Monaco, ha portato alla luce dei dati interessanti. Il traffico navale mondiale rappresenta il 30% dell’inquinamento acustico, con 1.500 navi di oltre 300 tonnellate e 1.161 porti turistici. A questo, si aggiungono le 830 zone di ricerca sismica del petrolio che nel 2013 hanno occupato il 27% della superficie del Mediterraneo. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se la fauna marina stia approfittando di questo periodo di lockdown per godersi un po’ di riposo.