Ogni sera, scopriamo attraverso i notiziari il numero di persone decedute a causa del COVID-19. Le cifre sono ogni volta un po’ più importanti, quindi è difficile immaginare cosa rappresenti. Probabilmente non conosceremo mai tutti i volti e le storie delle 244.000 persone che hanno già perso la vita nel mondo. Che sia nella solitudine del lutto, nei reparti di rianimazione fino ai progetti di legge sulla “bioetica”, il COVID-19 sconvolgerà la nostra percezione della morte?

Sin dall’inizio della crisi sanitaria, le domande sulla letalità del virus sono state al centro della nostra attenzione. La sua capacità sconcertante di svilupparsi più o meno rapidamente a seconda dei casi, di provocare sindromi di distress respiratorio acuto (ARDS), faceva temere agli infermieri una saturazione dei servizi di rianimazione e, di conseguenza, un’impossibilità di occuparsi di tutti i pazienti.

Il dibattito sulla fine della vita

Questa situazione di “triage dei malati” è stata oggetto di molti dibattiti, soprattutto perché significa che “lasceremo morire molte persone”. In alcuni ospedali francesi, i pazienti anziani affetti dal virus hanno dovuto essere sottoposti a cure palliative piuttosto che in rianimazione, per mancanza di letti e respiratori.

Questo è un buon motivo per affrontare il dibattito sulla fine della vita, mentre un progetto di legge è stato presentato dal governo del Principato al Consiglio Nazionale a gennaio. L’obiettivo è quello di stabilire un quadro legislativo dove prima non esisteva quasi nulla.

Ogni malato ha diritto al rispetto della propria dignità”, come possiamo leggere nei primi 24 articoli che costituiscono il progetto di legge. Quest’ultimo naviga tra due grandi temi: il sollievo della sofferenza grazie alle cure così come la morte assistita.

Questi articoli hanno il merito di affrontare questo difficile tema che riguarda la decisione da prendere quando un paziente soffre di una grave condizione che è potenzialmente mortale a breve termine. L’idea è quella di permettere sempre alla persona di esprimere il proprio consenso, ad esempio attraverso la dichiarazione della volontà di morte.

Se l’intervento medico deve alleviare la sofferenza e evitare ogni ostinazione irragionevole, è irrilevante richiedere un trattamento che causerebbe intenzionalmente la morte. “Ogni persona che si trovi in fase terminale di una malattia grave, irreversibile o incurabile e la cui prognosi sia in pericolo di vita a breve termine può beneficiare di una sedazione palliativa continua, associata ad un antidolorifico quando è necessario, a patto di presentare una sofferenza insopportabile e refrattaria a ogni altra cura palliativa”, si può leggere nell’articolo 9 del progetto di legge.

La direzione presa ricorda quella della Francia, che considera la morte basandosi sempre sulla Legge Leonetti approvata nel 2005 (rivista nel 2016). Per questo, si levano molte voci chiedendo di ridefinire questa regolamentazione. Il sociologo Philippe Bataille, ad esempio, fa riferimento ad un certo rifiuto esplicito ad accettare di dare o chiedere la morte che confonde il dibattito.

Altri paesi, come ad esempio il Belgio o la Svizzera, hanno già fatto un passo avanti autorizzando l’eutanasia o il suicidio assistito (a determinate condizioni)

Il lutto di fronte alla solitudine

La gravità dei sintomi causati dal COVID-19 in persone vulnerabili e molto anziane ha costretto gli ospedali a prendere decisioni difficili quando non era possibile salvare la vita di questi pazienti.

In Francia, a causa della rapida propagazione del virus sin dalle prime settimane della crisi, i familiari delle persone decedute hanno dovuto adattarsi al meglio a misure restrittive. Ciò significava dare il proprio addio a distanza, senza contatto fisico e a volte anche senza vedere il/la defunto/a.

Anche le cerimonie sono state ridotte, portando ad un lutto affrontato in una solitudine più esasperata rispetto al solito. “Nelle nostre società occidentali, il lutto è generalmente legato ad un cammino psicologico, sul piano individuale. Dunque, il divieto delle cerimonie in questo periodo di quarantena rivela la dimensione sociale del lutto” spiega la ricercatrice Sophie Arborio su France Culture.

Sconfiggere la morte?

Nelle prossime settimane e probabilmente nei prossimi mesi, numerose persone dovranno ricevere tutto il sostegno possibile. Le cifre degli ultimi due mesi dovranno essere messe in prospettiva, per non dimenticare che la morte non è mai un evento astratto. L’essere umano non è invincibile.

Nel 1974 il pensatore Ivan Illich lanciò l’allarme contro una società che cerca assolutamente di sconfiggere la morte, di trasformarla in un processo innaturale. Oggi, di fronte alla brutalità di ciò che stiamo vivendo, è necessario riflettere sul nostro rapporto con esso per, forse, riapprendere a guardarlo negli occhi.