“L’uomo è corruttibile” scriveva Etienne Pivert de Senancour in Obermann. La crisi legata alla pandemia del Covid-19 almeno avrà insegnato agli uomini l’umiltà.

Una lezione di umiltà

È proprio della trasmutazione cartesiana che stiamo parlando. All’uomo che si rende “come maestro e padrone della natura”, si spera, occorre l’uomo come custode della natura.

Molti di noi, secondo me, sono stati sensibili alla bellezza di un mondo che ha approfittato di questa sospensione dell’attività umana per riprendersi i suoi diritti. I canali veneziani sono diventati limpidi e il Mediterraneo silenzioso. Responsabile: la spettacolare – e senza dubbio inedita – diminuzione del traffico marittimo.

Ed ecco una ragione sufficiente per un’operazione indispensabile: la Fondazione Principe Alberto II di Monaco ha avviato la missione “Quiet Sea” al fine di misurare gli impatti dell’attività ordinaria degli uomini sui cetacei.

Una difficile conciliazione delle sfide

Tuttavia, ci sono domande legittime su come conciliare la salvaguardia della natura che prospera di nuovo con la ripresa di un’attività economica, anch’essa indispensabile.

L’errore più grave che potremmo fare, a mio avviso, è quello di cadere in un manicheismo sterile che pretenderebbe di contrapporre i buoni ecologisti preoccupati per la salvaguardia dell’ambiente ai cattivi economisti capitalisti che vedrebbero solo i profitti a scapito degli altri.

Il progetto “A Green Shift”, avviato, anch’esso, dalla Fondazione Principe Alberto II risultava essere un’antitesi di una visione troppo binaria. In effetti, il dibattito è stato avviato sia con specialisti in materia economica che ambientale, ma anche con personalità appassionate o preoccupate per la causa.

L’umanità contro essa stessa

L’idea è ampiamente condivisa secondo la quale se siamo stati capaci di agire su scala internazionale e con velocità per arginare la diffusione del virus, saremo capaci di adottare misure concrete e efficaci al fine di proteggere ciò che deve essere protetto.

Questa osservazione è il risultato di un’altra: il nemico dell’umanità è senza dubbio l’uomo stesso. Perlomeno è ciò che ha affermato Julia Marton Lefèvre, Presidentessa del Premio Tyler per l’ambiente e membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Principe Alberto II di Monaco.

La domanda diventa allora la seguente: e se gli stili di vita contemporanea fossero la causa di un tale cataclisma sanitario? Cercando di rendere il tempo duttile e l’ambiente malleabile, gli uomini diventano la minaccia della loro specie.

Insomma, dall’avvento dell’era industriale e le conseguenze che ne sono seguite, gli uomini sembrano aver guadagnato la loro umanità- la comprensione, l’essersi allontanati dalla loro natura animale- considerando la natura come mera fornitrice dei loro desideri.

Quella che era stata considerata fino ad allora una vittoria sulla natura, ora si sta rivelando ormai una vittoria di Pirro.

La salvaguardia della natura: una vera cittadinanza mondiale?

La questione della salvaguardia della natura ingloba, in realtà, molte altre questioni fondamentali e preoccupanti: quella del riscaldamento climatico, della salvaguardia della biodiversità, delle modalità di produzione e con esse di consumo.

In breve, è senza alcun dubbio la nostra concezione stessa dell’umanità, della nostra umanità che è stata messa in discussione. E chi dice umanità, dice universale. Il think-tank “More in Common” ha ricordato, in tal senso, che la salvaguardia dell’ambiente era un valore comune, addirittura il valore supremo.

Paul Polman, co-fondatore e presidente dell’IMAGINE ha dichiarato: “Dopo la Seconda Guerra Mondiale (…) gli uomini hanno imparato a restare uniti, a sopportare un terribile calvario. C’era un maggiore senso di comunità, ma anche una migliore percezione di ciò che questa comunità voleva o non voleva portare avanti. Spero che questa crisi del COVID abbia un effetto simile”.

Il mondo post-pandemia?

Dall’inizio di questa pandemia, molti hanno acquisito la certezza che ci sarebbe stato un prima e dopo crisi. Per quanto legittima, questa affermazione, a mio avviso, è inopportuna. Al massimo, l’ansia legata alla crisi farà scaturire una vera e propria presa di coscienza. Penso sia inutile aspettarsi di più, perché è già abbastanza.

La velocità con la quale la natura è stata riportata alla sua bellezza è un messaggio di speranza. Nulla è perduto e questa missione di salvaguardia dell’ambiente ricade esclusivamente sui decisori politici e sui cittadini di tutto il mondo. Gli ostacoli a priori apparentemente insormontabili al cambiamento appaiono ora irrisori se non ridicoli.

Il biologo Tim Flannery ritiene che “la pandemia del COVID- 19 ci ha fornito dei veri e propri indizi che dovrebbero aiutarci a gestire la crisi climatica”. Quindi, anziché guardare la natura con sospetto, è nostro dovere utilizzare rispettosamente le risorse di cui essa dispone.

Tim Flannery ritiene che i gas a effetto serra che devono essere ridotti rapidamente, possano essere ridotti “con l’aiuto di alberi e alghe”. O ancora, riguardo il consumo di energia, che sembra essere una delle sfide maggiori, che “con il sole e il vento, abbiamo più energia a disposizione di quanta l’umanità potrà mai consumare per tutti i bisogni che potremo mai immaginare”.

In conclusione, il mondo post-pandemia che ci aspettiamo e speriamo è senza dubbio né più né meno un mondo di uomini che vogliono tornare alle sue origini, ovvero a ciò che esisteva prima.