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Intervista

“L’AS Monaco nel cuore”: Joël Leroy, fedele tifoso con più di 500 viaggi a Monaco

L'allenatore dell'AS Monaco Adi Hütter ha consegnato a Joël Leroy una maglia speciale per la sua 500ª trasferta.

Con la serie “L’AS Monaco nel cuore”, Monaco Tribune dà la parola ai tifosi più fedeli dell’ASM. La nostra ultima intervista è con un fan indiscusso del club: Joël Leroy. Con più di 500 partite passate in tribuna, il nativo del nord della Francia è uno dei più grandi tifosi dell’AS Monaco, se non il più grande.

Joël Leroy, 69 anni, è di Mers-les-Bains, nella regione dell’Alta Francia, ed è un fan incondizionato dell’AS Monaco fin da quando era molto giovane. La sua storia d’amore con il club è iniziata nel 1963, quando ha visto per la prima volta il Monaco in televisione, che i suoi genitori avevano appena acquistato. Da allora, Joël non ha mai smesso di seguire e documentare le imprese della sua squadra del cuore e ha voluto raccontarci la sua storia.

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Come si è innamorato dell’AS Monaco?

Ho iniziato a giocare a calcio a 8 anni, principalmente con i miei amici di scuola. All’epoca non avevo ancora una squadra preferita, ma la maggior parte dei miei amici tifava già per l’FC Rouen o per l’Amiens. La prima volta che ho visto una partita in televisione è stata Lens-Monaco, in bianco e nero, negli anni Sessanta. Fu anche la prima volta che vidi una partita con la diagonale del campo ben visibile.

Dopo quella partita, ero così felice che decisi di trovare un club per cui tifare e scelsi il Monaco. Non sapevo bene dove fosse o cosa significasse, ma il giorno dopo ho annunciato a tutti che il Monaco sarebbe stata la mia squadra del cuore.

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All’epoca i miei genitori erano ferrovieri e mio padre spesso quando finiva il turno raccoglieva i giornali sportivi dalle carrozze. Fu allora che iniziai a ritagliare tutto ciò che riguardava il Monaco e a incollarlo in un quaderno che conservo ancora oggi.

Sessant’anni dopo, ho accumulato quindici quaderni. Ogni volta che guardo una partita, incollo nuove foto e informazioni sui giocatori e sugli stadi. A casa mia, ho un piccolo museo con oltre 5.000 foto di tutti gli allenatori, i presidenti e i giocatori che hanno fatto parte dell’AS Monaco.

Qual è stato il suo primo viaggio per vedere l’AS Monaco?

Da quando ho compiuto 14 anni, i colleghi dei miei genitori hanno iniziato a portarmi a vedere il Monaco, che ho visto per la prima volta a Valenciennes nel febbraio del 1969. Dato che non pagavo il treno, potevo andare a vederli anche da solo, nonostante fossi giovanissimo. Ero felice, li vedevo giocare e questa era l’unica cosa che contava.

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Più passavano gli anni, più mi allontanavo per vedere le partite. Aspettavo che tutti i giocatori uscissero dagli spogliatoi. All’epoca ero l’unico sugli spalti che arrivava dal nord della Francia, non c’erano tifosi del Monaco che venivano da così lontano. È stato negli anni 1990-2000 che ho iniziato a vedere i tifosi dell’AS Monaco in giro, e poi si sono formati dei gruppi di tifosi in tutta la Francia. Mi piace pensare di essere stato io l’iniziatore (ride).

Si ricorda la sua prima partita allo stadio Louis II?

Come se fosse ieri. La mia prima partita allo stadio Louis-II risale al 1976. Trascorrevo le vacanze in Costa Azzurra e ogni mattina mi facevo accompagnare al vecchio stadio Louis-II per vedere i giocatori che si allenavano. Andavano lì con dei vecchi pullman e a volte, quando c’era posto, mi facevano salire con loro. Ricordo che Delio Onnis mi regalò la sua maglia dopo un allenamento, che ovviamente conservo ancora nei miei archivi.

Quando vado a Monaco, penso sempre “questa è casa mia”. Una parte del mio cuore è lì, il rosso e il bianco ci sono incisi sopra. Ritrovo una famiglia che è lì da 50 anni e quando vedo dei bambini vorrei poterli portare all’uscita dello spogliatoio come facevo io alla loro età.

Se non sbaglio, ha accumulato più di 500 viaggi da quando era adolescente?

Proprio così. Lo scorso maggio sono andato a Monaco per l’ultima giornata di campionato e allora mi sono reso conto che quella era la mia 505ª partita. È stata mia moglie, purtroppo scomparsa alla fine dell’anno, a trovare la scatola con tutti i miei biglietti degli ultimi sessant’anni.

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Durante l’ultima partita contro l’FC Nantes, ho avuto la fortuna di essere scelto per portare una delle grandi bandiere monegasche. Così sono stato in campo per tutto l’incontro e ho partecipato ai festeggiamenti con i giocatori. Takumi Minamino mi ha persino regalato le sue scarpe autografate dopo la partita. Sono conservate in una teca a casa mia, insieme alla foto.

Grazie ad alcune conoscenze del club, sono stato invitato alla partita di Coppa contro l’FC Rouen e quando sono arrivato in albergo, il club mi ha regalato una maglia con il mio nome, Joël, e il numero 500 sulla schiena. Mi è stata consegnata personalmente da Youssouf Fofana e dall’allenatore Adi Hütter. Ero molto commosso. Ho pensato a tutte le migliaia di chilometri che avevo percorso da quando ero una ragazzo. Mi ha reso felicissimo.

Che ne pensa di quest’ultima stagione 2023-2024?

Penso che sia stata una buona stagione. Siamo arrivati sul podio e siamo tornati in Champions League. Purtroppo abbiamo perso troppi punti in casa contro squadre piccole e credo che se così non fosse stato avremmo potuto sfidare il Paris Saint-Germain. All’inizio del campionato eravamo in testa, poi c’è stata una piccola battuta d’arresto, ma abbiamo concluso in bellezza.

Sto già pregustando i futuri viaggi in Champions League, che mi faranno rivivere le grandi imprese europee, come la finale in Portogallo del 1992.

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Un commento sulla partenza di Wissam Ben Yedder?

La sua partenza mi addolora. Sentirò molto la sua mancanza. Una volta ho parlato con lui e mi ha detto che quando ha iniziato a giocare a calcio, il primo poster che aveva in camera era dell’AS Monaco. Il bianco e il rosso sono incisi nel suo cuore da quando era piccolo, proprio come nel mio.

È un peccato che se ne vada, perché avrebbe potuto darci un’altra grande spinta in Champions League. Rientra tra i grandi attaccanti dell’AS Monaco che ho avuto l’onore di conoscere, come Shabani Nonda e David Trezeguet.

Qualche aneddoto memorabile che vuole condividere con noi?

Ho molti aneddoti. Durante una partita in cui pioveva a dirotto, i dirigenti mi videro tutto bagnato e la settimana successiva ricevetti la giacca a vento del club nella cassetta delle lettere.

Ho anche un bel ricordo di Didier Deschamps durante la finale di Coppa Europa in Germania. Stavo aspettando i giocatori all’uscita dall’albergo e Deschamps mi disse: “Se continui a venirci a trovare, finiremo per darti un passaggio con il nostro pullman fino allo stadio”, mi sono commosso.

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Ricordo anche che Arsène Wenger mi offriva spesso il caffè mentre aspettavo i giocatori. Sono sempre stato accolto molto bene da tutti i dirigenti.

Che cosa le manca per coronare la sua carriera da tifoso affermato?

L’unica cosa che mi resta per concludere la mia carriera di tifoso è una foto con il Principe Alberto II. Sarebbe la fine del cerchio, come un capitolo conclusivo. Uno dei direttori mi ha detto che sarò invitato a festeggiare il centenario del club quest’anno ed è fantastico. Sarà bello rivedere tutti le vecchie facce.

Ricorderò sempre quando nel 2011 sono stato invitato in occasione dell’arrivo del presidente Dmitri Rybolovlev. Quando ho ricevuto il biglietto d’invito, sono rimasto a bocca aperta. Io, un semplice tifoso del nord della Francia, invitato? È stato incredibile, ero al settimo cielo.

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