Il centrocampista monegasco ha rilasciato un’intervista in esclusiva per Monaco Tribune, in collaborazione con Radio Monaco e Actu Foot. Per una buona mezz’ora, abbiamo parlato dell’inizio della stagione, delle sue ambizioni e del suo percorso. Youssouf Fofana (22 anni) si è confidato a cuore aperto.

“Bene, ci vediamo ragazzi. In realtà, spero di non rivedervi… Scherzo, è stato veramente bello!” Dopo aver scattato una foto improvvisata sul tetto del Centro di allenamento dell’AS Monaco, con il Mediterraneo da un lato e La Turbie dall’altro, Youssouf Fofana non ha potuto fare a meno di prenderci un po’ in giro. Ed è con il sorriso sulle labbra che il centrocampista monegasco affronta la vita di tutti i giorni e i momenti negli spogliatoi. Un buonumore che abbiamo percepito durante tutta l’intervista di lunedì, il giorno dopo la vittoria dell’AS Monaco contro il Montpellier (3-1).

Il suo inizio di stagione

Era da tanto che non avevamo un gruppo così ben assortito

Youssouf, dopo la vittoria a Eindhoven (1-2), e quella contro il Montpellier (3-1), possiamo dire che Monaco è ripartito alla grande come la stagione scorsa?

Sì, è proprio così, anche se l’inizio della stagione non è stato poi così male. Si è trattato di aggiustare qualche dettaglio, soprattutto davanti la porta. Quando riusciamo a essere decisivi, ci sentiamo liberi e possiamo portate a casa il match. Stiamo ritrovando a poco a poco la sicurezza. Siamo un gruppo giovane e giocare le partite in sequenza all’inizio della stagione non è stato facile. Era la prima volta per molti, non avevano mai giocato partite ogni tre giorni. Monaco è la squadra di Ligue 1 che ha giocato di più dall’inizio della stagione.

A livello personale, questa stagione è più complessa come tempi di gioco. Come stai vivendo questa nuova situazione?

Non do la colpa al coach, sono il primo a prendermi la responsabilità. Non ho fatto quello che avrei dovuto in alcuni momenti. Era da tanto che non avevamo un gruppo così ben assortito. L’abbiamo visto ieri (domenica contro il Montpellier), con una panchina piena di titolari. È bello per il pubblico vedere una squadra con tutti questi giocatori così bravi.

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Scorre buon sangue tra voi, nonostante la competizione?

Certo. L’ho già detto la scorsa stagione che non bisogna associare l’AS Monaco al duo Tchouaméni-Fofana a centro campo. Dietro c’è Matazo. Non ho torto. Gioca partite fantastiche e sono contento per lui. Se lo merita, lavora sodo.

Sul versante attacco, è da parecchio che non segni. Forse troppo?

Sì, vero (sorride). Mi manca segnare, ma non è necessariamente il mio ruolo principale. Davanti abbiamo due cyborg (Kevin Volland e Wissam Ben Yedder), che fanno il loro lavoro, e una grande promessa (Myron Boadu) che ha delle ottime chance di seguire la loro stessa strada. Per il momento, sono contento di giocare al mio posto per il bene della colletività.

Youssouf Fofana ai microfoni del nostro partner, Radio Monaco © Romain Boisaubert/Monaco Tribune.

Il debutto nel mondo del calcio

Il calcio è prima di tutto un piacere

Quale giocatore era il tuo punto di riferimento quando eri piccolo?

Non era un giocatore nel mio ruolo. Era Didier Drogba. Ho origini ivoriane e all’epoca era l’eroe nazionale, per tutto quello che ha realizzato nella sua carriera. Ho preso ispirazione da diversi giocatori, ma non ho avuto un punto di riferimento vero e proprio.

Quando hai capito che il calcio era l’obiettivo da raggiungere?

Ho iniziato a giocare a 5 anni e proseguito fino a 13, 14 anni, quando sono entrato nell’INF Clairefontaine. È stato in quel momento che ho capito che era un mestiere e non un passatempo (ride). Dovevamo allenarci tutti i giorni, mentre io ero abituato a farlo due, tre volte a settimana. Ho capito le necessità dell’élite un po’ tardi, verso i 16, 17 anni. Sono tornato nella regione di Parigi per lavorare sul serio e farlo diventare il mio mestiere. Ma il calcio resta prima di tutto un piacere.

Non hai frequentato un centro di formazione, ma hai intrapreso un percorso amatoriale, con un’esperienza all’INF Clairefontaine che si è rivelata inconcludente. Sono queste vicende ad aver forgiato l’uomo che abbiamo davanti oggi?

Al contrario di altri, ho imparato cosa volesse dire fallire molto presto. Questo mi ha reso più forte, mi ha forgiato il carattere. So come divertirmi, ma so essere anche molto esigente. Quando esco dal campo, a volte mi si legge in faccia.

Il ruolo all’interno del club

So divertirmi quando serve, ma arrivo anche a perdere la calma

Hai firmato il primo contratto professionale non molto tempo fa, ma abbiamo come l’impressione che tu faccia già parte dei giocatori “anziani”…

Me lo dicono spesso (sorride). Sono entrato tardi in una squadra professionale, ma ho firmato presto un contratto. Avevo un percorso da seguire e non l’ho mai perso di vista. Sono rimasto con i piedi per terra. Il contratto non è stato un punto di arrivo, ma l’inizio di un sogno. Un anno e mezzo dopo mi sono ritrovato nell’AS Monaco. Un sogno, un vero sogno. Il tempo passerà in fretta, quindi ne approfitto più che posso.

Che ruolo hai negli spogliatoi? Sei l’intrattenitore?

Sì, ma quando serve (sorride). Posso anche fare la voce grossa in francese, in inglese e anche in spagnolo, tutti mi capiscono. Sono un giocatore esigente, quando le cose vanno bene cerco di dirlo ai miei compagni, ma quando va male, mi piace farmi sentire. Se mi vedete ridere, vuol dire che va tutto bene.

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Oggi, fai parte dei giocatori anziani tra i giovani. Eliot Matazo ci ha confidato che l’hai preso sotto la tua ala. È importante per te dare consigli ai più giovani?

Anziano? Mi fa strano sentirlo dire (ride). Quando sono arrivato, ho notato che, nonostante avessi solo 21 anni, ero nel mezzo della fascia d’età. Eliot è un ragazzo che ascolta, lavora sodo e ti fa venire voglia di aiutarlo. Con lui è venuto tutto naturale. Ma gli do consigli come potrei darli a Aurélien (Tchouaméni) o come potrebbe darmeli anche lui, come Cesc (Fabregas) li dà a chiunque (sorride). Sono andato subito d’accordo con Eliot, perché mi sono rivisto in lui quando ero agli inizi.

La vita fuori dal campo

Nel quartiere, sono figlio, fratello minore, amico e nient’altro

Come passi il tuo tempo libero?

Faccio quello che non posso fare di settimana. Uscire, passeggiare, scoprire Monaco e la Costa Azzurra. Sono anche appassionato di serie e film. Ma quando ho dei giorni di riposo, mi piace rompere la routine.

Qual è la tua serie preferita, una che ci consiglieresti?

Prison Break, Game of Thrones, ma vi consiglio Peaky Blinders. Ho finito anche Squid Game. Ieri (domenica), ho iniziato il documentario su Orelsan [rapper francese]. È molto interessante.

Hai visto anche la serie Validè?

Ho finito la seconda stagione. È meglio della prima. Siamo d’accordo, no? (sorride).

Che genere di musica ti piace?

Mi piace molto il rap, ma cerco di ascoltare un po’ di tutto. Il rap è la musica della mia generazione, ma ascolto anche musica afro, pop e anche le canzoni latino americane negli spogliatoi. Non sono male!

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Segui altri sport?

Un po’ di tennis, soprattutto il Grande Slam. Le Olimpiadi. Mi piace guardare tutti gli sport, come la scherma. Anche la box. E poi un po’ di basket, ma è complicato con il fuso orario. Devo sicuramente andare a vedere una partita del Roca Team al più presto!

Quali sono le persone più importanti della tua vita?

I miei genitori. Sono lontani dal mondo in cui vivo. Quando torno a casa da loro, posso svestire i panni del calciatore. Sono loro figlio e non più un giocatore.

Pensi sia importante avere una rete di supporto?

Assolutamente! Soprattutto la scorsa stagione, quando abbiamo conquistato una vittoria dopo l’altra con estrema facilità. Avremmo potuto montarci la testa. Ma alcuni giocatori come Benjamin (Lecomte), Stevan (Jovetic), Cesc (Fabregas) o Djibril (Sidibé) erano lì negli spogliatoi per farci restare con i piedi per terra. E questo vale ancora di più quando rientri a casa e nessuno ti vede come un calciatore. Aiuta molto. Nel quartiere, sono figlio, fratello minore, amico e nient’altro.